mercoledì, 30 maggio 2007
...E se non fuggissi da qui, ora, certamente perderei coscienza delle possibilità della luna di giorno, dell'esistere al contrario che non concede preavviso. Continuo movimento, nevrosi vitale e attesa che nemmeno distributori automatici di sigarette sanno regalare. Appunti disordinati sul tavolo, ritroverò questo al mio ritorno e nuove fila di significati. Ho un elenco degli approdi immaginari, muovo le molecole immobili mentre mi vesto da eroe sciocco. Sono sempre troppo presuntuoso, dev'essere per il bisogno di calore lucido, veloce. Niente è abbastanza. Niente. E'. Mai. Abbastanza.
Perdersi ancora e sempre: non arriverò, sopravviverò per farmi trovare, chissà come. Dove. Alimento l'errore. Ha ali enormi che mi abbracciano da dietro, scaldano le spalle, vigilano affinchè le mie convinzioni si sgretolino ogni giorno. -Promettimi una cosa- le dico -che sarai il mio angelo custode-.
E' ora di uscire.


Kid A

 
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mercoledì, 30 maggio 2007
Seduto a gambe incrociate, un indiano metropolitano perso nella provincia umida di fine primavera: nella stanza quadrata accumula libri, vecchi dischi che legge ogni giorno, requiem per la normalità delirante.
Una sola finestra porta luce rarefatta fin sul letto, coperte leggere. Sulla scrivania tiene un dizionario antico, continuamente aperto alla ricerca di risposte che non bastano mai, sfumature troppo statiche per un linguaggio che spieghi la necessità di angoli mentre la realtà fa cerchio, rincorsa di ombre sempre ad un palmo, mai tutte. Riguarda spesso i significati molteplici della parola irrequietudine, le venature agrodolci del termine madre assenza ineluttabile assonanza di essenza.
Fuori sembra voler piovere ancora, il freddo si ciba di vento fuori stagione che ferisce e rinfranca il profilo nitido, efelidi su un volto che non ha sensazione superficiale. "Will you keep on running? You'll lose your heart" suona la voce di velluto alla radio, onde che cadono verso la strada oltre la finestra spalancata, percorrono l'aria. Lui per un istante e sempre sa di non avere scampo: ricorda frammenti di se sparsi per città lontane, la sua pelle perduta splendida tra le dita di  ogni Danie Ann respirata.
Smette la posa da indiano, si alza di fronte la finestra, il corpo al vento. Calma intorno, tremore allo stomaco. Cerca il termine idiosincrasia. Incredibile come la definizione scritta non renda minimamente l'idea: -Incompatibilità esasperata; (in medicina) ipersensibilità allergica a varie sostanze-. ll dizionario non dice: -(nella poesia come nella realtà) ipersensibilità a sguardi di doppia profondità, ai contesti asimmetrici dalla superficie armoniosa, alla bellezza eterea e complicata, vita per anime arrangiate dannatamente attraenti-.
Dovrebbe, peccato. Altre parole nel vento.
Ride ed è già. Via, non potrebbe essere. Altrimenti.
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martedì, 29 maggio 2007
29.5.1997
29.5.2007
Dieci anni sono troppi.
Dieci anni sono aria se hai grazia e cuore.
Ero bambino, poco più.
Piccolo per comprendere la violenta bellezza di un disco intero da rigirare tra le mani, pura voce. Qualcosa di spesso e leggero, forza interiore solamente accarezzata dalla disperazione che è niente commiserare, continuo cercare altrove le proprie lenzuola vuote. Accettare l'incapacità di essere assoluto e comunque la necessità di non avere confini: il calore attrae perchè brucia. Cenere calda a scivolare lungo acque dolci, un fiume verso nessun luogo, chissà cosa o chi. Sono parole che non hanno peso queste.
Solo fremito. Fuori contesto, il tempo non è niente. Insegna ad aspettare impazienti nel fuoco. Senza paure di sorta, le ferite sono segni dell'esistenza: grace.

 
                                                      Jeff Buckley - Grace
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domenica, 27 maggio 2007
(Notte, poco prima che la domenica cambi nome)


Grigio il sonno
porge la mano vestita di fantasie
oggi inadatta pioggia fredda
lucida paura
(vorrei mostrarti come so stare zitto: dove sei?)
Malattia docile la veglia
bordi di una bocca finta bambina
di bellezza
adesso
morde il cuore
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sabato, 26 maggio 2007
"Guido non sa niente della storia di Paola.
Per questo gli sembra incredibile trovarsela stretta intorno, bianca sulla pelle, attorno a lui tra le coperte di lana del letto. Prima che smettesse di piovere e che lui e Paola diventassero corpo solo, miseria sola, Guido stava sulla corriera, in piedi aspettava la sua fermata. Guardava la pioggia bagnare i marciapiede, rimbalzare lontano. Senza sentire niente, la pioggia a tarda sera.
Gente che sale, scende dalla corriera, lenta, meccanica: una ragazza  trafelata nei movimenti sale di corsa, attira a se le attenzioni: si siede accovacciata su uno dei seggiolini davanti. Guido guarda la ragazza avvolta su se stessa: naso sottile, capelli castano molto chiaro bagnati e lucidi, la maglia grigio perla che indossa. Immobile, inzuppata com'è, non sembra niente di reale: non sembra fatta di qualcosa.
Il capo chino, le mani poggiate sulle gambe fasciate in pantaloni blu scuro, immobile, cattura attenzioni su attenzioni senza badarsene. Guido lascia che sia, aspetta chissà quale istante improvviso. O il niente.
La ragazza dai capelli molto chiari si alza, in piedi, si avvicina al conducente muovendosi nel suo sogno privato, parla fitto con lui poi torna al suo posto, senza sedersi, stretta al poggiamano: da lontano si volta, di fronte a Guido. Che può vederla piangere, lacrime calde, altere. Lacrime senza vibrazioni che colano dagli occhi lungo il suo profilo. Niente singhiozzi ma un pianto denso, lungo, senza vergogna: Guido sa. La più bella immagine vera che abbia mai visto.
Guido guarda Paola, accanto a lui tra le coperte di lana, sorpreso di come davanti alla stazione centrale, quando la corriera aveva frenato in maniera secca, lui non aveva esitato un istante a seguire la sua figura esile fin sul marciapiede,  poi tra la folla notturna ciondolante, fino a rincorrerla. L'istante, improvviso.
Correva spostando con i gomiti le poche persone che camminavano sole a quell'ora, bagnate dalla pioggia fitta. Goccia a goccia gli filavano pensieri per la testa che adesso -nel caldo tiepido del letto- fatica a ricordare: Guido che quando ha raggiunto Paola, senza sapere ancora che quello fosse il suo nome, fradicia sotto il balcone di un appartamento di primo piano le ha stretto il braccio, l'ha guardata sentendo l'aria. Avrebbe voluto dire -Non piangere- ma Paola gli si è schiantata contro, da lì fino a casa di Guido, spogli tra le coperte, impauriti dal vuoto di qualche momento prima sulla corriera. Leggero tremare.
Paola è il nome che Guido ha dato alla ragazza dagli occhi quadricromi che stanotte ha colmato il suo vuoto, sentimenti ed energia: Paola non si chiama Paola.
Guido la guarda dormire, le tocca il ventre piano e non gli sembra reale. Fissarla così, senza sensi di colpa per aver rubato il momento trascendente, senza conoscere nulla della sua storia. Sentirne il profumo."


Un racconto breve scritto anni fa. Pochissime le modifiche fatte oggi.
Perso nei meandri liceali avevo colto l'ineluttabilità degli incontri/scontri improvvisi, il male dolce che è cadere su qualcun altro, lo sguardo al contrario su nuovi occhi meraviglia. Sembra non contare il tempo e il circolo chiudersi adesso.  Allora non sapevo,  l'inconsapevolezza aveva un che di magico.
Intuizione geniale, maledizione.
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giovedì, 24 maggio 2007
E' momento di nuovi spazi, dispersi in una marea enorme comunque privati, così sovraesposti nel nulla. Parole da cui farmi portare via, senza allontanare lo sguardo. Gioco mentale più serio di quanto si possa immaginare. Saranno facce e luoghi. Continua ricerca di quel che di vero c'è nei volti e nelle esperienze.
Voglia di niente e qualsiasi cosa: sentire, fallire, giocare, lasciarsi cadere, forse in grado di ferirmi davvero. Ricettacolo di idee, retrobottega della mia testa gonfia di appunti, via di fuga immateriale.
Parole fissate in un anonimato pubblico.
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