Umana suburbia
[una storia da scrivere fino a che le palpebre sono troppo pesanti: 3.12 am, bonne nuit]
E' tardi, molto tardi: difficile provare a indovinare l'ora in un paese dove non tramonta mai il sole. Come fosse la Groenlandia in piena estate.
Rientro a casa e non c'è nessuno, e non mi aspetto di trovarci alcunchè. Accendo la tv, parla una lingua straniera, una lingua che non conosco. Controllo che le finestre siano ben chiuse poi, una a una, le apro, le spalanco. Ho bisogno d'aria, corrente naturale. Fa caldo. Umido.
Premo il pulsante on dello stereo, mentre levo l'audio alla tv. Faccio zapping con il telecomando, steso sul divano immobile, in attesa del vento. Lo schermo muto. Musica a volume alto accompagna le immagini.
Tecnologie a confronto.
Su un canale satellitare danno solo film degli anni sessanta. Mi fermo e aspetto. Riconosco Patricia Franchini e Michel Poiccard. Lui latitante in fuga dopo aver ucciso un polizziotto: in fuga dalla galera, dalla vita, da se stesso. Lei giornalista americana con i capelli cortissimi e biondi, decisamente troppo sveglia. Poi uno stacco netto, jump cut, ed ecco la Parigi vaga del 1960.
St. Germain. A bout de souffle.
Nel frattempo la voce di Thom Yorke si impossessa dei 50 watt che sono l'anima dell'impianto stereo. Non urla quasi mai, non ne ha bisogno, il frastuono organizzato delle chitarre ne sostiene lo sforzo, il lamento.
Fender Telecaster. The Bends.
Nell'aria:
you can force it but it will not come. you can taste but it will not form. you can crash it but is always here. you can kiss it you can break all the rules. but still everyone is broken.
Il film è cominciato da un pezzo, Jean Paul Belmondo/Michel combatte da almeno venti minuti le sue paure infantili, le sue angosce adulte. Non sa distinguere realtà e finzione, ansioso, ingenuo. E' surreale vedere le figure muoversi sullo schermo, aprire e chiudere le labbra e non sentirne uscire il suono. Conosco i dialoghi quasi a memoria, ma è strano comunque. Io sono questo film, mi ripeto mentre Jean Seberg/Patricia sta seduta al tavolo di un bar e nella versione originale direbbe "Non so se sono infelice perchè non sono libera, oppure se non sono libera perchè sono infelice".
Ha la nuca più bella del mondo, con quei capelli cortissimi.
Nell'aria:
where do we go from here? the words are coming out all weird where are you now when i need you? alone on an aeroplane falling asleep beside the window pane. my blood will thiken.
Belmondo ha un fisico asciutto, eleganza innata e braccia da pugile di provincia. Michel, il suo personaggio, non ha la forza per reggere tutta questa energia. Non ha la forza per reggere niente: le responsabilità, la vita del criminale dannato, lo sguardo sfuggente di Patricia. Da una stanza d'albergo all'altra, da una macchina all'altra, tremendamente in balia del movimento e della sua logorrea, lui è solo. Solo. Stanco di tutto il bianco e nero, magari anche del film che lo sviluppa e lo affossa di continuo. Nauseato. Nauseante. E io gli voglio bene per questo. Voglio bene alla sua fragilità reale, all'arroganza spiccia di chi sembra aver sempre altro a cui pensare. Certo, non ha consapevolezza.
E io sono molto più intelligente.
Nell'aria:
two jumps in a week i bet you think that's pretty clever. don't you boy? drying up in conversation you will be the one who cannot talk. all your inside fall to pieces. you just sit there wishing you could still make love.
Mi alzo dal divano per prendere qualcosa da bere: acqua, vodka, qualsiasi cosa. Ammesso che sia fredda. Ripiego su della birra pessima, scuoto la testa di fronte al frigorifero aperto, vuoto quasi irridente. Due birre Heineken, del formaggio, yogurt alla vaniglia. E' tutto qui. Inspiro il fresco artificiale due, tre volte, poi richiudo l'anta e torno al film. I Campi Elisi percorsi agilmente da una vecchia cabriolet. Parigi di giorno, luminosa, solida, rassicurante. Parigi di notte, luminosa ma più lenta, possibilista, tremante. L'interno dell'Hotel de Suède attira la mia attenzione: rincasata tardi, tardissimo, Patricia sveglia Michel che dorme nel suo letto.
Jean Seberg/Patricia è tutto quanto di femminile, etereo, concreto l'immaginazione di uno spettatore riesca a produrre. Ricordo che quando vidi il film per la prima volta, a quindici anni, me ne innamorai ma non lo dissi a nessuno. Lei ha demoni minuti, pericolosi e affascinanti, un'irrequitudine complessa. Crede solo all'esistenza, nient'altro. Ha sfumature che il bianco e nero della pellicola traccia come incisioni profonde, lunari. E' volontà e tradimento. Ha gli occhiali da sole giusti, la bocca piccola, il naso impercettibile. Come se qualcuno da un momento all'altro dovesse entrare in scena e urlarle: "Buongiorno tristezza!"
Nell'aria:
the sea would electrocute us all. nice dream. if you think that you're strong enough. nice dream. if you think you belong enough. nice dream.
[So benissimo che questa è la scena madre, che il resto non conta nulla, che il singhiozzo denso, patetico, vitale di Fino all'ultimo respiro inizia e finisce qui. Così smetto di bere dalla bottiglia. Non sentire i dialoghi nè i rumori d'ambiente è straniante. Rimane il senso sacro, intoccabile, della fine. Godard. Parigi. Io. Thom Yorke anzi no: la sua voce. Il vuoto di casa. Il film che gioca con me.]
Nell'aria:
faith your driving me away. you do it every day. you don't mean it but it hurts like hell. my brain says i'm recieving pain. we're too young to fall asleep too cynical to speak. we're losing it can't you tell?
Come se non fossi io dritto orizzontale sul divano, come se loro non fossero figure bidimensionali da grande o piccolo schermo: osservo Michel che prova a fare l'amore con Patricia, lei che si discosta dolcemente e che prefigura il domino ineluttabile, la morte di metà del sogno ingenuo, di Michel stesso. Irrigidita cammina verso lo specchio, fa smorfie da bambina. Jump cut. Accende una sigaretta. Lei è tutto mentre Michel non è niente.
Mi innervosisco: io sono molto più intelligente, penso.
Patricia danza per la camera d'albergo come fosse un palcoscenico privato, di un'intimità rara. Muove le labbra, so cosa sta per dire: "Vorrei che fossimo come Romeo e Giuletta". Ma le leggo negli occhi che non ci crede, mentre pronuncia le parole la magia muore. Avrebbe dovuto dire altro. Avrebbe dovuto dire il non detto. Qualcosa come "L'amore non è abbastanza" oppure "Devo andarmene di qui". Michel non avrebbe capito, non avrebbe potuto. L'impossibilità dell'assoluto strega Jean Seberg dai capelli cortissimi come le possibilità e i limiti intravisti. E io la amo. Sono troppo piccolo per rapirla. Troppo grande per stare dalla parte di Michel che le dà della vigliacca, che urla la sua necessità di lei. Sono troppo vecchio per i sogni senza sapore.
Nell'aria:
and soon he'll get to you teaching how to get to purest hell. you do it to yourself and that's what really hurtsis you do it to yourself just you. you and no-one else.
Ora tutto si fa più confuso. Nel film, nella mia testa che perde attenzione, lucidità. Provo a ricordare altri particolari, dialoghi smozzicati, feriti, tagliati. E' tardi, ho quasi finito la coppia di birre. Sono stanco. Ecco sì, Michel si siede sul letto. Jump cut. Patricia di nuovo di fronte lo specchio del bagno. La stanza disordinata. Nuovo salto. Michel a letto, sdraiato, che esaurisce una sigaretta, la sua lucidità di bambino, ora sa la verità. Sa di Patricia incinta, dell'amore insufficiente, della vita da rincorrere. Sa la verità. Non è comunque più vero. Un pianosequenza lunghissimo. Patricia deisderio necessario solo perchè irraggiungibile. Una tranquillità inquietante sgretola la tensione. Jump cut. Sorrisi dolci. Poi mi sembra di chiudere gli occhi per qualche istante, o forse sono minuti, giorni. Michel prima di uscire dalla stanza d'albergo dice "Sono stanco, voglio morire". O forse mi sbaglio. Forse è solo uno scherzo della memoria.
Nell'aria:
what are we coming to? i just don't know anymore. blame it on the black star. blame it on the falling sky. blame it on the satellite that beams me home.
Mi risveglio intorpidito, dolorante come dopo la peggiore delle feste di compleanno. La stessa sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante, lo stesso senso di perdita, di inutilità. Il film dev'essere finito da un pezzo. Ho visto quel che c'era da vedere, mormoro tra me e me. Ma non riesco a liberarmi dal mal di muscoli, nemmeno dopo essermi alzato in piedi, aver disteso le braccia. Non riesco a levarmi dalla testa la faccia disperata, sì disperata, di Michel senza appigli. Filano via le utlime note delle follie contorte, Thom Yorke e gli scenari inglesi. Sul canale satellitare danno un'altro lungometraggio anni sessanta. Un porno anni sessanta. Noia. Nausea. Noia. Leggera. Ma nausea. Non sono io.
Lascio le bottiglie vuote sul pavimento, carcasse simbolo, relitti di questa notte parigina solo nell'immaginazione. Chiudo con cura tutte quante le finestre: il caldo sembra fuggito via, la notte fonda è fresca.
Nell'aria:
cracked eggs scream as they fight for life. i can feel death can see it's beady eyes. all these things into fruition. all these things we'll one day swallow whole and fade out again. and fade out again. immerse your soul in love.
E ancora non riesco a liberarmene. Non voglio liberarmene. Occhiali perfetti, la t-shirt a righe orizzontali. Illuminazioni improvvise per la memoria. "Io parlavo di me e tu parlavi di te. Invece io avrei dovuto parlare di te e tu di me". Forse ho sottovalutato Michel. In fondo non è così stupido. Ma io sono molto più intelligente. Non morirei per la proiezione ideale, assoluta di Jean Seberg. Troppo facile. Io le volterei le spalle. E morirei per la sua consistenza reale, il suo negare l'amore come via di salvezza. Per un bacio sporco perderei il sonno.
Mi addormento di nuovo, stavolta nel letto, senza sentire.
Capelli cortissimi e biondi. Non morirei.
Smetterei lentamente di repsirare.