Il gioco delle ombre
...Corriamo per la via Emilia lanciati a centoquaranta chilometri all'ora, come se non ci fosse motivo di preoccuparsi, come se non avessimo bevuto che acqua tonica, come se non fossimo arrabbiati gli uni con gli altri. Come se non stessimo mandando lentamente in pezzi la nostra esistenza già così anonima.
Abbiamo esaurito la pazienza, così pare. Se fosse inverno vorrei solo che la nebbia ci inghiottisse ineffabile, spedendoci in qualche posto dalla morale ribaltata, senza cambi di stagione, noi tre sparpagliati distanti. Sandrino guida a strappi, zitto e con l'espressione corrucciata di chi ha appena perso la verità.
Lui che credeva la verità fosse Chiara. Chiara che ha pensato bene di cercare la verità altrove, partendo per l'Islanda stamattina, senza Sandrino, abbandonato di schianto ieri sera appena messo piede nell'appartamento di Chiara in via Zamboni, Bologna centro. E noi altri, Umberto D. e io, a spasso con lui, andata e ritorno verso Milano in meno di dodici ore. Dopo una notte insonne tutta gin&tonic sembriamo tre relitti alimentati solamente da vecchi rancori. Alla radio passano hits degli anni Ottanta: Holyday di Madonna.
Umberto D. sorride a se stesso, improvvisa una danza sul sedile anteriore.
"Abbassate il volume!" urlo io, sdraiato dietro.
Nessuno dei due mi sente.
Il sole spunta alle nostre spalle, timido ma già caldo da soffocare.
Dov'è l'autunno? Dove sono le foglie cadenti?
Siamo noi tre gli unici trifogli fiacchi, appassiti?
Avevo puntato tutte le energie residue lasciate in prestito dall'estate su questo fine settimana emiliano. Scommessa perdente: mi sono ubriacato con i miei migliori amici in un piccolo bar appena fuori Bologna, ricordandomi di quanto avrei voluto essere lontano, seduto con Giulia in quella piccola stanza a Hoxton, Londra, dove lei lavora da qualche tempo. Ricordandomi della facilità apparentemente innocua con cui ho scansato ogni possibile cambiamento negli ultimi due anni: niente laurea, ma un lento trascinarsi degli ultimi quattro esami di Scienze Politiche; i racconti scritti e perfezionati, lasciati a prender polvere in un cassetto; l'acquisto di un biglietto d'andata per Londra, sei settimane fa; l'acquisto di un biglietto di ritorno per Milano, tre settimane fa.
Umberto D. ride più forte ora, perchè la radio suona Wake me up before you go go e gli sembra la canzone adatta per fissare questo momento nelle nostre menti appiattite dall'alcool. Imita il falsetto di George Michael.
"Vaffanculo" dice piano Sandrino, cogliendo forse il sarcasmo nella risata di Umberto D., l'ironia scorretta di Radio KissKiss che ci propina questa colonna sonora da roulette russa musicale. "Vaffanculo...Non chiudo occhio da ventiquattro ore e Chiara se n'è andata senza dire una parola".
Abbassa il volume fino al minimo. Poi oltre.
Penso che Chiara faccia bene ad andarsene. Sandrino ha quasi trent'anni e una insana passione per qualsiasi cosa non richieda uno sforzo fisico: il calcio in Tv, Cluedo, il poker giocato senza soldi. Ha un lavoro ben pagato che gli ha azzerato la fantasia, la capacità di scrivere storie che a sedici anni mi facevano guardare a lui come avrei potuto guardare Francis Scott Fitzgerald.
Viaggiamo veloci, in un silenzio irreale adesso.
"Quando la trovi più una come Chiara?" borbotta Umberto D. alla sagoma immobile e muta di Sandrino. Appunto, penso io.
Umberto D. è un po' stronzo ma è sincero. Bellissimo e sincero, tanto che questo settembre dei fallimenti non sembra nemmeno sfiorarlo. E per questo noi altri gli vogliamo male, invidiosi della sua naturale superficialità, dei sui occhi azzurri come pietre finissime e preziose, della sua capacità di ignorare la nostra insoddifìsfazione congenita. Ci conosciamo fin da bambini, mentre ora abbiamo barbe importanti: Umberto D. non ha mai pianto.
"Beh, potrei andarmene anch'io. Potrei andarmene anch'io in Islanda" dice Sandrino allontanandosi per un istante dal volto di Chiara, da quel suo sguardo lucido e senza scampo di ieri sera, gli occhi verdi cui non servivano le parole per dire: "Addio, è stato bello o comunque interessante, ma per me semplicemente non è abbastanza: non sei abbastanza tu, nè i tuoi amici carini e senza idee, simpatici ma senza stomaco". Nella sua testa Sandrino sta salutando con la mano la verità che scappa via. Ingenuo.
Non si muoverà da Milano per tre anni almeno. Lo sa lui, lo sappiamo noi altri.
Centoquaranta all'ora in perpetua oscillazione: il cervello sbatte contro le pareti del cranio come se il liquido cerebrale si stesse prosciugando con il passare dei chilometri. Penso che sto per addormentarmi sdraiato sul sedile posteriore, che la Opel Corsa di Sandrino si sta trasformando pian piano in un letto a baldacchino del Settecento, un'alcova per i sogni ingiusti che verranno a trovarmi fra poco per poi lasciarmi senza vestiti di fronte a casa, nudo come un re zingaro che rimira la sua giostra immobile, senza bambini avventori, lo spiazzo del grande parco giochi deserto. Se riuscissi a chiudere gli oc...
..."Ehi!!!" grida Umberto D. improvviso e secco come un lampo.
Un attimo dopo lo stridere dei freni, tirati al massimo delle loro possibilità, rompe l'aria come un tuono spesso due dita di paura.
Quando scendiamo dalla macchina, pochi secondi più tardi, siamo tutti e tre pallidi e straniti come pulcini, spaventati dal pericolo materializzatosi così concreto in un istante. Occupiamo una minuscola piazzola di sosta, osserviamo il lungo serpente di macchine fermo sull'asfalto che ci stava costando la vita.
Fisso l'alba in tecnicolor che copre di stoffa colorata, gialloazzurroviolablu, Modena Nord. Il caldo mi calma, rimetto in circolo un po' di sangue attivo.
"Guido io, da qui in avanti" dico a Sandrino, ormai un corpo privo di muscoli.
"Non c'è che dire, un week end movimentato" se la ride Umberto D., ma il tentativo di sdrammatizzare affonda come una zattera in pieno oceano. Sandrino risponde con imprecazioni sottovoce, poi si addormenta appena la Opel Corsa riprende la marcia: russa da far invidia a qualunque malato d'amore.
Reggio Emilia, Parma, rotoliamo rapidi verso Piacenza.
Non sento più bisogno di chiudere gli occhi.
"Siamo carne morta" dico guardando dritto davanti a me.
"Abbiamo bisogno di dormire" risponde Umberto D. accendendosi la Chesterfield in modo elegante, con un fiammifero.
"Siamo solo ombre, non c'entra un cazzo il sonno" continuo.
Dritto, guardo dritto. Senza Ostacoli.
"Chiara era intelligente, Chiara aveva fame e coraggio. Se n'è andata per questo". Il sole si alza più veloce di noi.
"Forse" aggiunge Unberto D. spolverando una vecchia cassetta trovata sotto il sedile anteriore. Alza leggermente il volume. Autoindulgenti, viziati, lenti.
"Siamo senza sangue" dico.
La prima canzone sul nastro impolverato è Something I can never have.
"Sono stato a letto con Chiara. Tre volte, quest'estate" sussurra Umberto D. guardando fuori dal finestrino alla sua destra, il fumo che gli accarezza le labbra, senza che io possa vederlo negli occhi.
Siamo innocui, con del talento inutile, in differita.
"Com'è stato?" chiedo.
"Com'è stato cosa?" finge Umberto D.
"Con Chiara".
Continua a fissare fuori dal finestrino.
"Come fuggire in Islanda" risponde.
Intelligenti, e capaci di mandare in pezzi qualsiasi possibilità di riuiscita.
Il nastro nell'autoradio gracchia, rovinato dagli anni e dall'incuria suona qualcosa di incomprensibile. Avanti, avanti. Avanti.
"Scappare è una sorta di professione: servono curiosità, amore, fegato".
Umberto D. si volta, mi fissa serio: "Scappare è da maleducati spocchiosi".
Scoppiamo a ridere, una risata liberatoria che dura minuti, si smorza piano in sogghigni isterici. Passiamo il cartello che indica Milano a 25 chilometri. La cassetta riprende a intonare canzoni, passiamo il cartello che dice Milano 10Km.
"Ti ricordi, due estati fa, io e te ad Alexander Platz in piena notte, durante il black out di Berlino?"
"Ero così ubriaco che me lo ricordo perfettamente".
Sandrino aveva affittato un monolocale tutto bianco, al mare vicino ad Ostuni: quell'estate la verità gli dormiva vicino come non dovesse sparire mai.
"Già. Ma io avevo bevuto solo caffè".
Per questo ho salvato ogni particolare: il percorso senza fine dalla vecchia piazza a Kreuzberg, i resti dei punk fuori tempo massimo lungo Karl Marx Allee, le ragazze liquide ed eteree che si chiamavano tutte Marlene, la Sprea nera come pece, l'ostello come un totem chiassoso vicino all'inquietante Mehering Platz.
"Sandrino non si sveglia fino a stasera, sicuro". E questa macchina corre veloce.
Di primo mattino, Open all night di Springsteen.
Continuo a ridere e alzo il volume.
La grande città già lavora, ci scorre a fianco con i suoi profili fuori fuoco.
"Milano chilometro zero" ghigna Umberto D., umorismo esile da laureato in Filosofia. Maleducati e spocchiosi.
Quasi novant'anni. Quasi novant'anni in tre. Reykjavik? Ovunque.
"Forse è il caso di andare a cercare un po' di ossigeno". E sangue.
"E la bellezza?" chiede Umberto D. sfottendomi contento.
Respiro a fondo.
Berlino millecentocinquanta chilometri.
"Ci sto provando, gringo. Ci sto provando. Ma per quella serve silenzio".

