Dell'assenza temo i vuoti e nient'altro.
Non ricordo bene quando, come, chi abbia scritto questa lettera che ho trovato in uno scatolone da supermercato, abbandonato contro il muro della cantina con il suo carico di riviste ingiallite.
Non ricordo, ma non importa.
Il tempo addolcisce o dimentica: non è abbastanza scrivere, annotare.
Rigiro la carta - due fogli battuti a macchina da scrivere - tra le mani.
Forse è mio padre che negli anni settanta parlava a un bambino immaginario di come sarebbe stato il freddo tiepido di fine ottobre, molti anni più tardi: rivoluzioni del clima e bellezza disincantata.
Forse uno sconosciuto di cui io ho scovato briciole di memoria, lasciate a una bambina reale che ha visto tre volte: conosciuta di sfuggita, il sorriso a metà.
La riscrivo sul quaderno d'appunti nero che ho in tasca, con qualche modifica.
Non importa: fantasia.
"Sono qui a spasso nella periferia industriale, Milano che comincia a raffreddarsi in attesa dei cappotti e dell'inverno. Niente vento. Ho questa galleria di volti ed episodi, parole e sguardi incrociati, scenari che se diventano ricordi muoiono perchè perdono la loro possibilità: seconda o terza chance. Così li spolvero il giusto, invento monologhi aspettandomi che prima o poi rispondano. O forse sono uno specchio, decine di specchi, e io sproloquio in una imbarazzante auto intervista. Si spiegherebbero molte cose.
Cose che tu hai conosciuto-conoscerai appena, intuendo quasi tutto al volo, con una leggerezza violenta. Dovessi andarmene ora senza lasciare tracce e poi reincontrarti fra molti anni - io con i capelli completamente lucidi d'argento - vedere cosa sei e dove, riconoscerei il sapore?
Sarà comunque tra molto tempo, può darsi non sarà affatto.
Resta che voglio perdermi senza smarrirmi, e l'improbabilità magnifica degli sguardi che mi passano al setaccio, appesi alle pareti bianche del mio cervello, fa pensare a stranezze da romanzo postmoderno e a psicopatologie figlie degli anni novanta, addolcite dal Ritalin naturale che sono le fasce pubblicitarie nei programmi pomeridiani per bambini.
Tengo in disordine un angolo per te, in fondo sulla sinistra, senza un motivo: sarà un altro sguardo con cui dormire durante l'inverno.
Magari ne riparleremo al tavolo di un bar male illuminato, una mattina di febbraio, chissà quando. Faccio fatica anche a immaginarlo quel tempo-luogo indeterminato.
La realtà che posso permettermi è questa: comoda, straborda di cuscini che proteggono tutti gli spigoli. Quasi tutti. Eppure è una ciotola di frammenti sparsi, niente di troppo strano, ma in pezzi che sembrano distribuiti da una mano tremante. Ti piacciono i puzzles?
Voglio pensare che avrai fortuna, in qualche modo imprecisato, che sarai capace di medicare tutti i graffi e le escoriazioni che capiteranno.
Aprire gli occhi ogni mattina sul ventunesimo secolo, splendore e miseria: fuori tempo, il sudore fine che ci rimane sulla schiena è il calore che abbiamo avuto in dono un attimo prima, misto d'amore e rabbia cui fingiamo di non prestare attenzione.
Mi piace pensare che avrai la continua possibilità di sbagliare in modo geniale: lanciarti d'improvviso nel mezzo di incidenti causati dalla volontà precisa di scontrarsi con l'esistenza. Per capire, afferrare quanto si può, vedere il sangue gocciolare e comunque sorridere stringendo l'aria tra le mani.
Sembra confuso.
Non preoccuparti, te la caverai benissimo: connais-tu, comme moi, la douleur savoureuse...J'allais mourir. C'était dans mon ame amoureuse, désir melé d'horreur, un mal particulier; angoisse et vif espoir, sans humeur factieuse.
Come Le Reve d'un curieux tu vuoi i colori. Scatta una fotografia, prenditi un souvenir mai banale: auguri, davvero".
Rimetto la lettera nella scatola di cartone, nascondendola tra le riviste in modo che si veda solamente un angolo sporgere. Aspettando che qualcun altro...
Non ricordo bene quando, come, chi abbia scritto questa lettera che ho trovato in uno scatolone da supermercato, abbandonato contro il muro della cantina con il suo carico di riviste ingiallite.
Non ricordo, ma non importa.
Il tempo addolcisce o dimentica: non è abbastanza scrivere, annotare.
Rigiro la carta - due fogli battuti a macchina da scrivere - tra le mani.
Forse è mio padre che negli anni settanta parlava a un bambino immaginario di come sarebbe stato il freddo tiepido di fine ottobre, molti anni più tardi: rivoluzioni del clima e bellezza disincantata.
Forse uno sconosciuto di cui io ho scovato briciole di memoria, lasciate a una bambina reale che ha visto tre volte: conosciuta di sfuggita, il sorriso a metà.
La riscrivo sul quaderno d'appunti nero che ho in tasca, con qualche modifica.
Non importa: fantasia.
"Sono qui a spasso nella periferia industriale, Milano che comincia a raffreddarsi in attesa dei cappotti e dell'inverno. Niente vento. Ho questa galleria di volti ed episodi, parole e sguardi incrociati, scenari che se diventano ricordi muoiono perchè perdono la loro possibilità: seconda o terza chance. Così li spolvero il giusto, invento monologhi aspettandomi che prima o poi rispondano. O forse sono uno specchio, decine di specchi, e io sproloquio in una imbarazzante auto intervista. Si spiegherebbero molte cose.
Cose che tu hai conosciuto-conoscerai appena, intuendo quasi tutto al volo, con una leggerezza violenta. Dovessi andarmene ora senza lasciare tracce e poi reincontrarti fra molti anni - io con i capelli completamente lucidi d'argento - vedere cosa sei e dove, riconoscerei il sapore?
Sarà comunque tra molto tempo, può darsi non sarà affatto.
Resta che voglio perdermi senza smarrirmi, e l'improbabilità magnifica degli sguardi che mi passano al setaccio, appesi alle pareti bianche del mio cervello, fa pensare a stranezze da romanzo postmoderno e a psicopatologie figlie degli anni novanta, addolcite dal Ritalin naturale che sono le fasce pubblicitarie nei programmi pomeridiani per bambini.
Tengo in disordine un angolo per te, in fondo sulla sinistra, senza un motivo: sarà un altro sguardo con cui dormire durante l'inverno.
Magari ne riparleremo al tavolo di un bar male illuminato, una mattina di febbraio, chissà quando. Faccio fatica anche a immaginarlo quel tempo-luogo indeterminato.
La realtà che posso permettermi è questa: comoda, straborda di cuscini che proteggono tutti gli spigoli. Quasi tutti. Eppure è una ciotola di frammenti sparsi, niente di troppo strano, ma in pezzi che sembrano distribuiti da una mano tremante. Ti piacciono i puzzles?
Voglio pensare che avrai fortuna, in qualche modo imprecisato, che sarai capace di medicare tutti i graffi e le escoriazioni che capiteranno.
Aprire gli occhi ogni mattina sul ventunesimo secolo, splendore e miseria: fuori tempo, il sudore fine che ci rimane sulla schiena è il calore che abbiamo avuto in dono un attimo prima, misto d'amore e rabbia cui fingiamo di non prestare attenzione.
Mi piace pensare che avrai la continua possibilità di sbagliare in modo geniale: lanciarti d'improvviso nel mezzo di incidenti causati dalla volontà precisa di scontrarsi con l'esistenza. Per capire, afferrare quanto si può, vedere il sangue gocciolare e comunque sorridere stringendo l'aria tra le mani.
Sembra confuso.
Non preoccuparti, te la caverai benissimo: connais-tu, comme moi, la douleur savoureuse...J'allais mourir. C'était dans mon ame amoureuse, désir melé d'horreur, un mal particulier; angoisse et vif espoir, sans humeur factieuse.
Come Le Reve d'un curieux tu vuoi i colori. Scatta una fotografia, prenditi un souvenir mai banale: auguri, davvero".
Rimetto la lettera nella scatola di cartone, nascondendola tra le riviste in modo che si veda solamente un angolo sporgere. Aspettando che qualcun altro...

