Ora, avanti...
Elementi vitali
comprendi
organi complessi
non appena sorridi
Senza polvere
le ciglia stringono
una costruzione di carte:
afferri
scovi
e non puoi
Elementi vitali
comprendi
organi complessi
non appena sorridi
Senza polvere
le ciglia stringono
una costruzione di carte:
afferri
scovi
e non puoi

Dal tetto del 310 di East 4th Street si ha una visuale incredibile dell’isola di Manhattan: a sud le estremità piatte dei palazzi di Chinatown, edifici non molto alti che si estendono fino a lambire i confini del distretto finanziario della città; a ovest, in lontananza, il Greenwich Village: isolati eleganti di case in arenaria che, prima di ospitare Bob Dylan, Jack Kerouac e la counter culture, ebbero una complessa storia di immigrazione, attivismo politico (John Reed) e artistico (Eugene O’Neil); a nord le torri di midtown e uptown: la punta di lancia dell’Empire State Building, la cuspide del Chrysler Building, il brutto parallelepipedo del MetLife; a est, aguzzando un po’ lo sguardo, si possono vedere i piloni dello Williamsburg Bridge spuntare oltre i profili delle case popolari costruite vicino al fiume.
Harlem praticamente invisibile, oltre Central Park, poi le aree ricche dell’Upper East e Upper West Side, il turismo grossolano lungo Broadway, da Times Square giù fino alla vitalità commerciale di Chelsea.
E poi Washington Square Park animata dagli studenti della New York University, la patina bohémienne e il fascino permanente del West Village; Ground Zero in attesa di nuovi grattacieli.
E’ rassicurante osservare la città dall’alto, accorgersi che Manhattan ha una geografia meno complessa di quel che sembra, che ha dei limiti ben definiti dalle acque dello Hudson e dell’East River, che non è - insomma - un caos magmatico senza fine. Qualcosa però, da qui sopra, sfugge alla mia percezione. Qualcosa di cruciale per la comprensione della metropoli. Sei piani più in basso si diramano le strade del Lower East Side, i rumori e la vita del ghetto che hanno formato l’America.
Devo immergermi nel reticolo là sotto, per capire…
…le ultime ore a New York: seduto al Life Café, all’angolo tra East 10th Street e Avenue B, mentre il tardo pomeriggio si fa sera e l’aria di ottobre, che soffia da sud, dalla baia stretta che si apre sull’Atlantico, intirizzisce le giunture. Il cielo srotola una tela rosso, arancio, blu che si appoggia al profilo dello skyline che a sud domina l’orizzonte, gli uffici attorno a Wall Street, non troppo distante dal luogo in cui sto aspettando la cena in questo momento. Non è un posto qualsiasi, questo. Il locale è ritrovo d’artisti e curiosi fin dal 1980, di volta in volta messo all’indice e poi riconsegnato alla geografia dei posti doc del quartiere, e restituisce il travaglio dell’universo attorno: si affaccia su Tompkins Square Park, polmone verde e piazza principale del Lower East Side, mentre Avenue B segna l’inizio del territorio portoricano, che si estende verso est, a sud di 14th Street fino ai moli ormai dimessi che guardano l’East River e - oltre il corso d’acqua - Brooklyn. Sistemo appunti e immagini mentali di giornate lunghe, spese a camminare per gli isolati della zona sud est di Manhattan.
Cerco i volti degli avventori, provo a scavare oltre la superficie di quest’area che rappresenta il mosaico della città ormai da due secoli, porta d’ingresso per l’America che da subito ne rivela le contraddizioni. Annoto una serie di possibili titoli per un lavoro sulla storia più recente del Lower East Side, poche parole che possano indicare il senso di questa realtà così complessa e affascinante. Seduto all’aperto, da questo piccolo tavolo traballante osservo gli anziani giocare interminabili partite di domino, sfidarsi in meticolosi incontri di scacchi: durante il gioco la discussione si arrovella sui soldati spediti in Iraq, sulle piccole storie d’immigrati e i pettegolezzi di quartiere. Il parco brulica di gente. Le foglie che cascano dalla fitta vegetazione attorno le panchine lasciano presagire il cambio di stagione.
A intervalli regolari volgo lo sguardo alla mia destra: Tompkins Square Park è l’occhio nero di downtown, la sua coscienza vigile e oscura, memento continuo di buoni e cattivi presagi. Per questo attrae e spaventa: non può essere ignorato, è una voce popolare sempre urlante, fulcro di violente rivolte, energiche proteste, di rinascite senza futuro e di speranze continue. Eponimo di tutto quanto l’East Village e forse dell’intera New York, perennemente in bilico tra profitto e perdita, profondità e superficie, erba marcia e incredibili giardini metropolitani in fiore. Proprio come i ragazzini che provano a centrare il canestro ora, in uno dei playground del parco: terzi tempi e strappi verso l’alto, nell’aria, per conquistare la palla, mentre sul lato opposto della strada decine di disperati senza nome fanno la fila per un pasto caldo.
Segno le parole chiave sulle pagine bianche, indicazioni utili che riassumano un po’ la vita del quartiere negli ultimi anni, in attesa di altri racconti newyorkesi: gentrification, il terribile processo di mutazione fisica e sociale del basso East Side cominciato a metà anni Settanta - da zona popolare ad alto tasso d’immigrazione, a zona per la borghesia bianca; murales, la prima forma di resistenza alla disgregazione; community gardens, nuovi spazi ricavati dal degrado dimenticato della città, lotti prima abbandonati e poi colmati di rigogliosa vegetazione tropicale; homesteading, l’azione diretta, concreta, contro la svendita del quartiere agli speculatori edili; poesia, ovvero il linguaggio tramite cui la comunità portoricana della zona rielaborò il proprio passato, inventandosi un presente nuovo, Loisaida; local press, il filo che cuciva tutti i frammenti di quella realtà fragile, fuori servizio come le poche cabine telefoniche lungo Avenue C, eppure così viva.
Richiudo il quaderno degli appunti, mi lascio scivolare sulla sedia di metallo e cerco di immaginare come doveva essere questa parte di metropoli a cavallo tra Ottocento e Novecento: i carretti dove oggi ci sono i marciapiede; la folta comunità tedesca ed ebraica; il mescolarsi di accenti e dialetti yiddish, italiano, irlandese, russo…l’America in formazione, le strade traboccanti di corpi. Il Lower East Side, nonostante i cambiamenti profondi subiti negli ultimi anni - la sparizione di alcune enclaves etniche e il continuo avanzare della speculazione edilizia, il ghetto che diventa sempre più ispanico nei suoni e negli odori -, è ancora un esperimento sociale unico, territorio fisico e ideale in cui si formano un’idea alternativa di città e di comunità. Gli Stati Uniti guardano spesso con sospetto a questo quadrilatero irregolare di terra, spaventati da quello che (ancora) non conoscono, attenti a preservare il proprio capitale da qualsiasi elemento di disturbo.
Milano e l’Italia si apprestano ad affrontare problematiche simili, il lento processo di confronto tra cultura indigena e culture immigrate, dialettica ineludibile nel mondo contemporaneo: forse è il momento di ascoltare la moltitudine di voci che anima le strade a sud di East 14th Street, di osservarne i colori e le lotte quotidiane, le potenzialità nascoste. Studiare Loisaida per capire qualcosa di più delle nostre idiosincrasie.
In pochi minuti il sole scompare a ovest - oltre Avenue A - e il buio s’impossessa del parco, di Manhattan, dell’intera New York. Mentre il vento d’autunno acumina i profili dei passanti. La cameriera posa sul tavolo l'insalata di calamari e la mia Lager Brooklyn: si chiama Charlyn, i capelli rosso scuro le fanno ombra sul viso, corredo di due occhi azzurro chiaro, le guance coperte d'efelidi. Addomesticando le parole provo a lenire l'ansia del ritorno a casa, la malinconia crescente di questa sera lunghissima.
Adoro Tompkins Square Park, in tono attento e rispettoso.
E New York, allo stesso modo.