lunedì, 28 aprile 2008
Il tempo succede troppo in fretta perchè si possa avere la sensazione del controllo. E dunque, abbandono. Verso un'altra meta, una città senza ali ma con fegato e carattere. Sarà Londra, per mesi almeno. Nel frattempo...

If you were sleepling and I was Picasso

...Va detto anche questo:
il buio che gorgoglia spaventoso
la schiena piegata, una posa innaturale
che si fa urlo soffocato.
Va detto dell'incuranza aleatoria
di questo gioco dei capelli che si fanno
troppo corti e sottili.

Del bisogno di spogliarsi prima ancora
delle illusioni rotte. E non più la notte.


Saranno altre metropoli e accenti diversi tra loro. Sarà la fame che ho. L'irrequietudine che ci portiamo a presso fin da bambini assume contorni argentei e a volte inquietanti. Tutto per amore, faccio tutto questo per uno strano senso di attaccamento all'esistenza, a me stesso, alla necessità di essere oltre lo specchio. Via, porti, partenze. Così questo è l'arrivederci. Che tu sei parte del senso. Del mio. Anche tu.
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venerdì, 11 aprile 2008
[Non potresti farmi del male più di quanto tu mi faccia del bene]

Il mio malanno è il movimento: mani che esplorano l'aria a palmi aperti, le dita danzanti chissà dove mentre le gambe scandiscono il tempo a ritmo alternato, asfalto ruvido  che biascica il mio scorrere, mentre preparo un altro bagaglio, il battito accelerato di un'altra partenza, e devo scegliere, bisogna sempre scegliere mi ripeto sottovoce, anche se sembra ridicolo dover lasciare per strada vestiti usurati dal fascino leggerissimo, tutte quelle storie che sanno d'inverni umidi ed estati troppo afose, pioggia battente all'orrenda stazione degli autobus di quella che fu la Stalingrado d'Italia, in attesa che una specie di pesce d'acciaio si portasse via gli occhi di tre colori (per la precisione: nero, grigio, verdi - anche se ero l'unico a vederli così) e le loro ali da farfalla metropolitana, e poi quella volta che ho passato un'intera festa di compleanno praticamente senza parlare, muto nell'estenuante tentativo di ubriacarmi a dosi ridotte - quindici lattine di heineken per i miei quindici anni - anche allora a pensarci viaggiavo spesso, destinazioni per lo più immaginarie che adesso assumono contorni reali, le sembianze di biglietti aerei che giacciono inermi sul tavolo, poche ore prima del decollo, insieme a tre libri meravigliosi e diversi, poesia potente, teatro arrabbiato, un romanzo dalla scrittura luminosa e aperta alle sorprese (per la cronaca: "Senza polvere, senza peso" - "Look back in anger" - "Ginnastica e rivoluzione"), parole che dovrebbero servire a controllare, amplificare, spiegare il fremito che mi rende tremante, freddo alle estremità con i polpastrelli di un colore indefinito tra il rosa e l'azzurro, e davvero questo silenzio irreale, la mia stanza che sembra solenne e ridondante come la galleria degli specchi di un palazzo reale qualsiasi, la casa vuota che fa eco di niente, dicevo davvero quest'assenza di suoni mi rende nervoso, impossibile pensare e rimuginare senza spendersi nella commozione che nessuno vedrà mai, ma che regala del liquido salato alle mie guance, striature rosse che attraversano i lineamenti del volto fino agli angoli della bocca disegnando percorsi improvvisati tra la barba piuttosto fitta, inventandosi un modo originale di dire "inutile fingere, nonostante tutte le possibilità aperte, oggi sei triste come un bambino l'ultimo giorno di scuola", perchè sì, credo che ci saranno incontri fantastici e lattiginosi, imprevisti dolci e - perchè no - lamenti e qualche delusione come sempre, ma quel che sento adesso sono le vostre facce, i vostri occhi che virano su di me, lenti ma inesorabili, e io vorrei rapire ognuno di questi sguardi, riempirmene le tasce e qualsiasi anfratto, lo stomaco di sicuro ma anche la testa, che in fondo è questo a far la differenza, i contatti ripetuti, la pelle troppo sensibile di certe ragazzine adulte, le strette di mano cui non servono parole, i palcoscenici calcati con spensierata alterigia e poi troppe sere spese a districarsi tra discorsi inutili, imponenti, terribilmente comici, tanto che ora dovrei essere afasico, senza voce nè frasi da disperdere, e invece continuo in maniera convulsa a svuotare il sacco, con la retina offuscata da quella che i mortali chiamano commozione, ma che voi sapete benissimo essere altro, affezione forse, più probabilmente già mancanza, e però sento il retrogusto del sorriso, che siamo troppo cresciuti per fermarci ai piagnistei, altrimenti avrei già trovato la colonna sonora adatta - che sò, qualcosa come i Nirvana - e invece niente, ancora nessun suono, perchè servirebbe un ibrido impossibile tra Born to run e Grace, senza dimenticare la potenza vitale di certi R.e.m., come se questo limbo ultimo in cui nuoto pianissimo andasse in fondo bene così, come se le fotografie che non riguarderò fossero ormai parte di me a tal punto da sapersi reinventare al di là della mia volontà, ecco questo mi fa paura e mi affascina allo stesso tempo, il fatto di aver rubato stralci di ognuno di voi e di dover lasciare andare una parte del tutto, ora, senza sapere se ci sarà un'altra possibilità, disperdermi senza attrito alla ricerca di orizzonti nuovi, architetture diverse, un lavoro che non uccida il tempo e l'umore, anche se questa non è una fuga, c'è troppa consapevolezza e troppo poca disperazione perchè lo sia, certo se questo aprile smettesse di sembrare novembre potrei forse spogliarmi della lana e camminare fuori, per la strada, allentare la stretta di questo gioco curioso e buffo che è l'arrivederci con qualche abbraccio, descrivere a ciascuno il mio destino glorioso e ricevere in cambio altre storie, come se nessuno mai avesse paura della lontananza, degli effetti collaterali che può avere un punto alla fine del periodo.

[We're not scaremongering...this is really happening...happening]

Parigi, Londra, ovunque: forse i luoghi sono sopravvalutati. Non il vento.
Bonne chance.
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